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by Michael McDonald

Con la morte di Christopher Hitchens, lo scorso 15 dicembre, il mondo politico-letterario di lingua inglese ha perso il più avvincente e colto saggista dell’ultimo quarto di secolo. La conferma di questo giudizio si trova nella dozzina di libri che Hitchens ha scritto durante la sua carriera, purtroppo troppo breve, di giornalista radicale e polemista, prima di morire a 62 anni per una polmonite insorta a causa del cancro all’esofago di cui soffriva da un paio di anni.

Alcuni di quei libri sono stati tradotti in italiano. Per esempio, e per citare soltanto tre dei più recenti che si possono trovare attualmente in libreria, “La vittoria di Orwell” (Scheiwiller, 2008), “Consigli a un giovane ribelle” (Einaudi, 2008) e “Dio non è grande. Perché la religione avvelena ogni cosa” (Einaudi, 2007). Forse mi sbaglio, ma mi viene il sospetto che, una volta italianizzato, lo stile di Hitchens finisca per subire un lieve addolcimento che lo rende meno pungente e sarcastico dell’inglese originale. Hitchens, come Samuel Johnson o William Hazlitt, dipende dalla piena gamma musicale della sua lingua madre, dalla nota più alta e ricercata a quella più bassa e rozza, per stroncare i suoi avversari.

Ma non facciamo del perfetto il nemico del buono; come minimo, le traduzioni di questi tre libri permettono al pubblico italiano di godere della sostanza intellettuale delle sue polemiche infuocate. Nel primo, una difesa appassionata dell’autore della “Fattoria degli animali” contro attacchi politici di destra e di sinistra, impegnati a nascondere la verità sulla sua carriera; nel secondo, una meditazione camusiana sulla figura del ribelle nella società attuale e sull’idea chiave che “come” si pensa è più importante di “cosa” si pensa; nel terzo, un attacco voltairiano ed estremista contro quella che Hitchens ritiene la superstizione assurda, crudele e totalitaria della religione.

Ma attenzione: questi libri – insieme con un pamphlet tradotto in italiano ma poco facile da trovare come il “Processo a Henry Kissinger” (Fazi, 2003) e “La posizione della missionaria” (Minimum Fax, 2003) – mostrano soltanto un lato del polimorfo Hitchens. Quello del radicale pungente che scatena il suo “saeva indignation” contro tutti coloro che, nella sua visione romantica e atea, sono nemici del progresso e della ragione umana: in altre parole, Hitchens come showman. Ma il meglio di Hitchens, almeno a mio avviso, si trova altrove, nei saggi letterari che si situano in quel “pericoloso incrocio”, per citare Lionel Trilling, “dove arte e politica si incontrano” e, nel caso di Hitchens, anche si mescolano. Hitchens fu un lettore onnivoro e un uomo di immensa erudizione. E quindi, parlando di un soggetto politico, per esempio del problema della frammentazione e della divisione di paesi come l’India o Cipro, il suo riflesso naturale è di citare versi poetici da Auden o episodi da “I figli della mezzanotte” di Rushdie mentre espone le sue argomentazioni.

All’inizio di settembre di quest’anno, cioè quando ormai rimanevano a Hitchens solo dieci settimane di vita, è stata pubblicata una raccolta enorme di quasi ottocento pagine di saggi, recensioni ed elzeviri usciti durante l’ultimo decennio. Il titolo è “Arguably”, che si potrebbe tradurre come “senza dubbio” o forse, più estensivamente, come “opinioni discutibili”. Per essere più precisi, questo volume contiene 107 saggi, tutti scritti durante un periodo in cui Hitchens viaggiava spesso all’estero, spesso in posti pericolosi come Iraq, Afganistan, Iran e Uganda, e mentre pubblicava altri libri, come la biografia di Thomas Jefferson, un memorial intitolato (facendo riferimento a “Comma 22” di Joseph Heller) “Hitch-22”, e il già citato pamphlet che demolisce la religione, “Dio non è grande”. Definirlo uno stakanovista della scrittura sarebbe insufficiente. Il suo motto fu la frase semplice ma splendida che chiude il romanzo “L’Oeuvre” di Émile Zola, uno dei suoi eroi: “Allons travailler”. Ma è importante insistere non soltanto sulla quantità della sua produzione letteraria ma anche sulla qualità e in particolare sulla forza morale dello scrittore Hitchens.

Certi articoli raccolti in “Arguably” sono stati scritti quando Hitchens aveva già ricevuto la notizia che il cancro aveva raggiunto il quarto stadio (il più intenso e severo) e che gli rimaneva al massimo un anno di vita. Nell’introduzione, Hitchens osserva di avere scritto questi articoli con “la piena coscienza che forse saranno gli ultimi”; un atteggiamento che, dice, “fa riflettere” ma che è, allo stesso tempo “esilarante”. Perché? Perché l’esperienza di sapere di morire gli ha dato “un’idea più viva di che cosa dà valore alla vita e perché dobbiamo difenderla”. E per Hitchens, come i saggi in questo volume dimostrano pienamente, innanzitutto è la letteratura che dà valore alla vita. Anzi si può dire che se egli avesse potuto avere una religione, sarebbe stata la religione della letteratura. In questo Hitchens, conosciuto nel mondo soprattutto come un provocateur politico, rassomiglia al maledetto toscano Curzio Malaparte e a ciò che ha scritto verso la fine della sua vita. I suoi avversari, e il pubblico italiano in generale, hanno sbagliato nel giudicare Malaparte un politico, quando in realtà è stato sempre uno che metteva la letteratura davanti a tutto. Il paragone Hitchens-Malaparte è più che adatto, inoltre, se si ricorda non soltanto quella qualità di narcisismo che afflige certi grandi scrittori ma anche la lode fatta da Hitchens di Oriana Fallaci: “La più coraggiosa giornalista del suo tempo”. L’erede, in un certo senso, di Malaparte.

L’epigrafe che Hitchens pone all’inizio di “Arguably”, “Vivi il più possibile. E’ un errore non farlo” (“Live all you can. It’s a mistake not to”), è tratta da un grande romanzo di Henry James, “Gli ambasciatori”. Il personaggio che pronuncia queste parole è Lambert Strether, un American rigido e pieno di preconcetti che impara, durante un viaggio in Europa intrapreso per “salvare” il figlio di un’amica, che si deve vivere nel momento e giudicare la vita senza pregiudizi. Strether è esattamente l’opposto di Hitchens, che ha sempre provato a vivere e a godere, il più possibile, di tutto ciò che la vita ha da offrire. Il motto di Hitchens è piuttosto rappresentato dal consiglio dato da un altro scrittore del periodo vittoriano, Walter Pater: “Ardere con una fiamma duratura come una gemma, mantenere questa estasi, questo è il successo nella vita.” (“To burn always with this hard, gem-like flame, to maintain this ecstasy, is success in life”).

Hitchens nasce nel 1949, il figlio di un ufficiale della marina britannica con idee di destra. Studia a Oxford, dove di giorno frequenta gli aderenti del movimento socialista-trotzkista e di sera siede alla tavola di ricche e ricchi rampolli dei tory. Fu radicalizzato dallo spirito contro-culturale del tempo, dalla rivoluzione sessuale e dalla guerra statunitense in Vietnam (“Arguably” contiene un saggio appassionato, intitolato “La sindrome del Vietnam”, sulla disumanità e gli effetti a lungo termine dell’uso della sostanza chimica Agent Orange da parte dell’esercito americano durante quella guerra). Ma la natura di libertino – si può chiamarlo il suo lato alla Oscar Wilde – insieme con il suo amore profondo per la storia e per la letteratura lo salva dal nichilismo della sinistra estremista e da quella che lui stesso chiamava “la superficialità sinistra e la tendenza onanistica e fiacca” generata dal relativismo post-moderno. Hitchens, come il suo eroe e modello George Orwell, era incapace di cinismo. All’inizio degli anni Ottanta ha lasciato la Gran Bretagna per trasferirsi stabilmente negli Stati Uniti, prima a New York e poi a Washington.

Ho incontrato Hitchens per la prima volta negli anni Ottanta, quando partecipammo a uno stesso panel di discussione sulla libertà di stampa. Non condividere la sua posizione quel giorno è un’esperienza che, vi assicuro, non vorrei ripetere. Come centinaia di persone che hanno avuto la sfortuna di trovarsi in un dibattito contro Hitchens, ho imparato che, per quanto riguarda il pugilato verbale, Hitchens era Muhammad Alì: semplicemente “the greatest”. Data la differenza delle nostre posizioni politiche a quei tempi, non abbiamo più avuto nessun contatto per molti anni. Fino al giorno in cui, verso la fine degli anni Novanta, ci siamo incontrati per caso al bar di un ristorante. Invece di parlare di politica abbiamo parlato di letteratura, e fu l’inizio di una specie di frequentazione amichevole fra noi. In seguito, per molti anni, ci siamo incontrati ogni tanto, per parlare degli autori che stavano a cuore ad entrambi: Proust, Auden, Waugh, Burgess, Wodehouse, e anche certi autori italiani come Ignazio Silone e Pier Paolo Pasolini, che Hitchens aveva il grande desiderio di conoscere meglio.

Hitchens era dotato di un forte carisma. Possedeva una memoria elefantina (recitava le poesia di Larkin, di Kipling, di Auden e di tanti altri poeti a memoria, senza dimenticare una sola parola) e aveva una voce che mi ricordava sempre quella di Richard Burton. Era padrone di sé e molto bravo e sciolto con la lingua. L’altra cosa incredibile di Hitchens era l’energia. Mi pare fosse Victor Hugo che diceva che la cosa indispensabile del genio non è necessariamente il talento o la disciplina, ma semplicemente l’energia.

Hitchens aveva, come tutti noi, i suoi difetti, come uomo e come scrittore. Poteva essere eccessivamente iperbolico e a volte anche presuntuoso, specialmente quando scriveva di una persona o di una cosa (Henry Kissinger, Dio, la religione) che odiava. Poteva anche pretendere di sapere troppo di tutto. Ma in questo c’era anche qualcosa di ammirevole. Non volle mai diventare uno di coloro che George Steiner giustamente condanna come “nani della specializzazione” nelle università. La sua era una voglia quasi faustiana di vedere tutto (ha visitato tutti gli stati americani e non so quanti paesi stranieri) e di parlare di tutto.

Naturalmente, quando si parla di Hitchens, si deve affrontare una questione di cui Hitchens stesso ha scritto su diverse occasioni: il suo rapporto con l’alcol. Si vantava di bere molto e l’insulto di alcolista era usato spesso contro di lui dai suoi nemici. Senza dubbio era la combinazione dell’alcol e delle sigarette a catena che ha provocato la malattia fatale (anche se non dobbiamo dimenticare che il padre è morto anche lui di cancro, e che quindi ci fosse probabilmente anche un elemento genetico). Ma Hitchens ha liberamente scelto di vivere così, di consumare troppo in fretta le proprie energie – o come diciamo in inglese, di fare bruciare la candela ai due estremi (“to burn the candle at both ends”) – e non aveva rimpianti. La luce prodotta in questa maniera, diceva spesso, era una luce splendida. Forse, e più semplicemente, si trova una risposta a questa questione tormentata nel noto saggio di Edmund Wilson intitolato “The Wound and the Bow” (“Il ferito e l’arco”), in cui Wilson sostiene che il vigore creativo e la malattia sono intrinsecamente legati e che, nel campo dell’arte, non si possono produrre capolavori che servono alla società senza anche avere un’afflizione di qualche tipo.

Per quanto riguarda le virtù di Hitchens come scrittore, sono ovvie: lo spirito pungente e arguto, lo stile coltissimo, il coraggio. Scrive, come dimostrano i saggi di “Arguably”, con la raffinatezza e il discernimento solido dei suoi autori preferiti: Waugh, Burke, Flaubert e Johnson. E’ un grande piacere leggere il pensiero di Hitchens su questi scrittori e su tanti altri autori che hanno attirato la sua attenzione: John Buchan, Arthur Conan Doyle, Kingsley Amis, George MacDonald Fraser, Anthony Powell, Graham Greene, J. G. Ballard. La critica letteraria, quando è scritta con intelligenza e buon umore, può divertire il lettore più di un romanzo.

Arguably” contiene anche una raccolta di articoli di giornalismo politico che Hitchens ha scritto durante l’ultimo decennio; e si troveranno qui tutti gli articoli dopo l’attacco dell’undici settembre, quando Hitchens ha sostenuto con tutta la forza della sua penna l’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan e ha scatenato il potere delle sue invettive contro quello che chiamava “l’islamofascismo” (e che strana coincidenza che la sua morte avvenga lo stesso giorno della ritirata delle truppe americane e la conclusione ufficiale della guerra in Iraq).

Un’altra cosa che colpisce leggendo questa raccolta è l’aspetto di Hitchens “l’americano”. Prese la cittadinanza statunitense nel 2007 e anche qui si vede quanto egli abbia amato la letteratura americana – soprattutto scrittori come Upton Sinclair, Theodore Dreiser, Benjamin Franklin, Mark Twain, Saul Bellow, Edmund Wilson – proprio perché in questi autori vedeva un impegno fortissimo nell’affermare certe idée rivoluzionarie ed emancipatorie dello spirito umano.

Come sarà ricordato Christopher Hitchens? Mi piace pensare che sarà ricordato un po’ come Oscar Wilde, per la sua vita inimitabile, e anche per gli scritti letterari che sono in gran parte, secondo me, e per usare un aggettivo caro a Hitchens, “imperituri”.

Mostrando a Dante i cosidetti “pagani virtuosi”, e spiegandogli perché Dio non li aveva messi nell’Inferno vero e proprio, Virgilio gli spiega che

“L’onrata nominanza
che di lor suona sù ne la tua vita,
grazïa acquista in ciel che sì li avanza.”

Nel caso che Hitchens si sbagliasse perché Dio esiste (devo confessare che mi manca la sua certezza implacabile su questa questione) sarebbe difficile vederlo nel Paradiso, dove d’altronde Hitchens probabilmente si annoierebbe a morte. Ma, in quel caso, possiamo sperare nella soluzione dantesca del Limbo dove Hitchens – che sicuramente merita la stessa “onrata nominanza” – può continuare a discutere e a dibattere sfrenatamente con altri della sua stessa stirpe come Socrate, Orazio, Ovidio.

“Avevo grandi progetti per i prossimi dieci anni,” disse Hitchens quando gli fu diagnosticato un cancro inoperabile nell’autunno del 2010. Un uomo meno coraggioso di lui forse avrebbe lasciato perdere tutti questi progetti per concentrarsi esclusivamente sulla sua salute. Ma Hitchens non lo ha fatto. Ha continuato a scrivere per diverse riviste e vari giornali fino alla fine. In particolare, ha scritto pagine intense, intelligenti e commoventi sulla sua malattia e sull’avvicinarsi della morte. Proprio due giorni dopo la sua morte, è stato annunciato che una raccolta di questi ultimi scritti sarà pubblicata nei prossimi mesi. Nei suoi “Mémoires d’outre-tombe”, Chateaubriand scrive che il vero privilegio del genio è di rendere immortale tutto quello che ha amato. Hitchens ha amato la vita e la letteratura e tutt’e due, insieme con la voce di Hitchens stesso – vivono in quelle pagine. Che siano tradotte subito in italiano.

Michael McDonald
20 dicembre 2011

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